domenica 19 agosto 2007

La metro di paragone

Non dovevo attraversare tutta la città, solo due o tre fermate, pensavo tra me e me.
Scesi all'intersezione della linea gialla con la rossa, un grosso punto arancione sulla mappa arzigogolata della metro. Presi la scala mobile e mi diressi verso un altro punto di interscambio passeggeri. fwoooosh. Le carrozze apparvero in un terribile stridore di freni e io mi tappai le orecchie per far fronte al terribile fastidio provocato dal rumore. Solo due o tre fermate, pensavo. Entrai nel nuovo vagone, la gente fortunatamente era rarefatta, l'aria invece era pesante e arrugginita. fwoooooosh. Ripartimmo tutti insieme. Per me era una semplice prova del nove, avevo sempre avuto paura della metropolitana, l'idea di sfrecciare sottoterra non mi rende il più allegro dei viventi e per questo mi ero sforzato di utilizzarla giusto per passare dal punto a al punto b viaggiando su assi cartesiani random. Solo due o tre fermate. Io volevo scendere, giuro, ma quando si aprirono le porte e lei si sedette proprio davanti a me non potei fare a meno di restare impietrito, risucchiato da un misterioso vuoto sotto al mio sedile, con le mani affondate nella plastica e il respiro soffocato. Aria. Aria. Aria. Mi si sedette accanto un signore sulla cinquantina, con un cappotto di dubbio gusto e delle scarpe di cuoio marrone.
"Sta bene?" Mi chiese. "La vedo in affanno".
"Non è nulla, grazie. Sto bene". Parlavo con lui ma guardavo lei. Oddio, che capelli.
"Ma sa cos' è? Non ci sono più le metropolitane di una volta". Continuava quello.
"Una volta non c'erano le metropolitane".
"Eh, ha ragione anche lei. Per quello non ci sono più".
"Lei mi fa il sofista, caro signore, non va più di moda".
"Lo ben so".
"Mi fa anche il citazionista, non credevo esistesse qualcuno così al giorno d'oggi".
"Oh, è il mio hobby segreto. Io coltivo citazioni. Vedesse come sono rigogliose, ne vado fiero".
"Sa che mi piacerebbe vederle? E, dica, dove le tiene?".
"Ho una serra appena fuori città, è piena di citazioni, alcune bisogna proprio guardare bene per scovarle, sa? In fondo è un arte giustapporle in modo che non risultino ostentate".
"Concordo, io ne vado pazzo. Disse il corvo".
"Caro amico, touchè. Levomi il cappello che, peraltro, non indosso. Ora, mi scusi, devo scendere a questa fermata. E' stato un piacere". Disse, è sparì tra lo sciame di passeggeri.
Io, divertito dalla conversazione, persistevo nell'osservare lei, ancora seduta davanti a me.
Mi chiesi quando sarebbe scesa e se l'avessi mai rivista. Avrei potuto intavolare un discorso, ma che dirle? Avrebbe apprezzato i miei complimenti sulle sue calzature color arcobaleno? E poi stava ascoltando rapita della musica con le cuffie. Pop? Rock? Metal? No, decisamente non metal. Ma che importa, guarda che occhi. E che labbra. Non scendere, ti prego. Avrei potuto dirle così. Le due o tre fermate concordate col mio cervello erano diventate dieci e intanto altra gente saliva e scendeva e d'altra parte anche la metropolitana è fatta a scale.
Una coppia di cinesi che discuteva animatamente si mise a sedere lasciandomi esattamente nel mezzo, a fare le veci dell'ago di una bussola che punta obbligatoriamente ad oriente. Dal tono delle voci capii che probabilmente stavano litigando ma, per quanto mi è dato sapere, forse decidevano semplicemente che film noleggiare al Blockbuster. E non potevo cogliere eventuali citazioni, dannazione. Il tipo dinoccolato alla mia sinistra gesticolava esageratamente e, nella foga, mi diede una gomitata su una spalla.
"Chiedo scusa". Disse visibilmente imbarazzato.
"Oh, non si preoccupi, non ci sono più le metropolitane di una volta". Non poteva capire la freschissima citazione, ma che importava.
"Lei capisce il cinese?".
"Eh, no, magari. Non lo mastico. Se mi va bene, a volte, mastico del pollo alle mandorle, la qual cosa risulta essere il mio più stretto contatto con la Cina".
"Sa che parla bene l'italiano?".
"Ben gentile, detto da lei è un bel complimento".
"Comunque se vuole masticare del vero cibo tradizionale può venire a casa nostra per il capodanno".
"Grazie mille, davvero. Terrò presente". Nota bene. Verificare quando cade il capodanno cinese. Verificare cibo tradizionale.
Anche la coppia asiatica scese qualche fermata dopo, mentre lei continuava imperterrita ad ascoltare musica seduta davanti a me. Ogni tanto incrociavamo gli sguardi e io, che ancora non avevo la patente, non sapevo a chi dare la precedenza in questo pericolosissimo incrocio. Si, va bene, non ho la patente e ho una veneranda età. Comunque. fwooooosh. Quasi non mi accorsi di essere arrivato al capolinea. Ormai nel vagone eravamo rimasti io e lei e nessun altro. Stranamente trovai la cosa rasserenante e per nulla inquietante, come se fosse giusto così.
E ora che faccio. Siamo al capolinea. Guarda che occhi. Guarda che labbra. Una voce mi pesca dal profondo lago dei pensieri in cui stavo annaspando.
"Ehi? Ehi?" Oddio, ce l'ha con me? Magari si è accorta che la fissavo con insistenza.
"Sì? Hai bisogno?".
"Che fai, scendi?".
"Non saprei, tu scendi?".
"Non mi va, vuoi una cuffia dell'iPod? Ti piacciono i Neutral Milk Hotel? Vieni a sederti qui".

Sipario.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Non sono certo un proibizionista, diavolo. Ma a mio modesto parere il ricorso a citazioni che superi un ristrettissimo quantitativo fissato per uso personale andrebbe punito con la reclusione da dieci a vent'anni e una generosa fraccata di legnate sui denti. E' solo un'opinione, eh...